Carismi chiamati a prendersi cura delle ferite aperta dell’umanità: un’esperienza inter-congregazionale

Carismi chiamati a prendersi cura delle ferite aperta dell’umanità: un’esperienza inter-congregazionale

(Estratto dalla relazione di Suor Elisabetta Flick, sa, Vice-Segretaria della UISG all’Inaugurazione dell’Anno accademico dell’Istituto di Teologia di Vita Consacrata Claretianum a Roma)

Come possono i carismi, ancora oggi, continuare a entrare in contatto con la realtà, con le persone, con le loro inquietudini e i loro problemi, come lo hanno fatto lungo tutto il corso della storia ?

Per aprire delle piste di risposta a questa domanda vorrei evocare 4 attitudini che possono aiutarci a prendere cura delle ferite aperte dell’umanità e a custodire così con amore e tenerezza quello che Dio ci ha donato

– Consentire a uscire
– Consentire a farci prossimo di coloro che si trovano sulla nostra strada.
– Consentire a vivere nell’interculturale
– Consentire a collaborare con altri, a entrare in rete con altri

Consentire a uscire:

uscire dalle nostre sicurezze, dalle nostre case, per andare incontro agli altri, andare alle frontiere, ai margini delle nostre società per raggiungere coloro che le nostre società escludono, giorno dopo giorno, dappertutto nel mondo, è un invito pressante che Papa Francesco rivolge continuamente a tutta la Chiesa e in modo particolare alle congregazioni religiose. Quest’invito è quello che risuona in numerosi passaggi del Vangelo, tra cui quello di Luca, al cap. 9, 1-6 :
Gesù convocò i Dodici e diede loro forza e potere su tutti i demoni e di guarire le malattie. E li mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi. Disse loro: « Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. In qualunque casa entriate, rimanete là, e di là poi ripartite. Quanto a coloro che non vi accolgono, uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi come testimonianza contro di loro ». Allora essi uscirono e girano di villaggio in villaggio, ovunque annunciando la buona notizia e operando guarigioni.
Questo Vangelo risuona come un appello alla fiducia e all’audacia per « partire e andare di villaggio in villaggio, annunciando la buona novella e facendo dappertutto guarigioni ».
Fiducia e audacia che sono possibili se crediamo davvero che, come ai suoi apostoli, il Cristo ci dona potere e autorità su tutti i demoni, demoni delle nostre paure, dei nostri dubbi, dei nostri scoraggiamenti, del nostro desiderio di potere e di autorità …
Fiducia e audacia possibili se crediamo effettivamente che, come ai suoi apostoli, il Cristo ci fa il dono di guarire le malattie, detto in altro modo, ci dona la capacità di prender cura gli uni degli altri, di prender cura di coloro che incontriamo sul nostro cammino…
Fiducia e audacia possibili se accettiamo di non voler esser assicurati per tutti i rischi: Non prendete nulla per il viaggio, né bastone, né sacca, né pane, né denaro, e non portatevi due tuniche. Altrimenti detto, mettersi in strada cercando, per quanto possibile, di non portare con noi le corazze delle nostre certezze, delle nostre conoscenze a priori, delle nostre convinzioni tutte fatte e ben confezionate in modo da poterci lasciare accogliere e accogliere la buona novella di cui sono portatori coloro verso cui siamo inviati.
Fiducia e audacia possibili se accettiamo di non lasciarci scoraggiare da eventuali fiaschi e di distaccarci dai rancori, dall’amarezza, dal dispiacere di aver fallito:
“Se non vi accolgono , uscite dalla loro città e scuotete la polvere dai vostri piedi”…

Consentire a farci prossimo di coloro che si trovano sulla nostra strada :

nel messaggio del 26 novembre 2016, ai partecipanti del simposio « Nella fedeltà al carisma, ripensare l’economia », Papa Francesco diceva : Dobbiamo domandarci se siamo disposti a “sporcarci le mani” lavorando nella storia di oggi; se i nostri occhi sanno scrutare i segni del regno di Dio tra le pieghe di vicende certamente complesse e contrastanti, ma che Dio vuole benedire e salvare; se siamo davvero compagni di strada degli uomini e delle donne del nostro tempo, particolarmente di tanti che giacciono feriti lungo le nostre strade, perché con loro condividiamo le attese, le paure, le speranze e anche quello che abbiamo ricevuto, e che appartiene a tutti; […](dobbiamo domandarci) se ci difendiamo da ciò che non capiamo fuggendolo, oppure sappiamo starci dentro in forza della promessa del Signore, con il suo sguardo di benevolenza e le sue viscere di misericordia, diventando buoni samaritani per i poveri e gli esclusi ».

La parabola del Buona Samaritano c’insegna che, per prendere cura delle ferite dell’umanità, bisogna avere il coraggio di lasciarsi distogliere dalla propria strada per avvicinarsi al punto di sporcarsi la mani. Bisogna anche consentire ad investire tempo e denaro e far appello alla collaborazione di altri. E dunque perseverare pazientemente, durando nel tempo.
In un contesto mondiale in cui regnano l’ideologia del « tutto, e tutto subito » e del rendimento, scegliere d’investire tempo, risorse umane e finanziarie in luoghi di missione dove non è sempre agevole misurare i risultati e dove bisogna sovente « sperare contro ogni speranza » non va da sé , non è automatico. Pertanto sappiamo bene che, come dice Frère Lavigne, « Il posto dei religiosi e delle religiose è là :
Accanto a quelli che muoiono, che soffrono… qualunque forma prenda la morte. Accompagnare, tenere la mano, o porre gesti efficaci di cura, come il Samaritano della parabola. Ci sono mille modi di attuare questa diaconia: attraverso istituzioni religiose, al di fuori di esse, in ambiti laici, nella prossimità umana dei quartieri, delle case di riposo, delle associazioni, nelle missioni “ad gentes », nelle periferie cosmopolite del mondo. E’ la tradizione la più classica della vita religiosa, origine di numerose congregazioni caritative e d’innovazioni sociali lungo il corso della storia ». E abbiamo l’esperienza che, durando pazientemente nel tempo, parecchi anni dopo, ci è dato di raccogliere testimonianze che non siamo state presenti invano, che dei cammini di vita si sono aperti per altri, sovente a nostra insaputa.

Consentire a vivere nell’interculturale:

La vita interculturale è un’altra espressione potente della solidarietà mondiale nel nostro mondo interculturale. Acconsentire a questo rappresenta oggi una testimonianza profetica essenziale in un mondo attraversato da forti correnti identitarie di esclusione e di rifiuto della differenza. La presenza in numerosi paesi di comunità religiose internazionali e multiculturali può offrire la testimonianza non trascurabile di relazioni basate sul dialogo, sull’accoglienza e sul rispetto della diversità dell’altro/a e della possibilità di vivere insieme in comunione e in solidarietà.
Tale testimonianza può giocare un ruolo cruciale nel processo di riconciliazione e di guarigione presso i poveri, i rifugiati, gli abitanti delle “bidonvilles”, e tutti coloro che sono stati costretti a vivere in una realtà multiculturale e multireligiosa. La testimonianza di una vita in armonia in mezzo ai conflitti culturali, sociali e religiosi, è in effetti un segno visibile e credibile del Regno di Dio.

Consentire a collaborare con altri :

Il Padre Chabanon, nel corso di una sessione di formazione delle suore Ausiliatrici diceva : « Non facciamo da soli quello che possiamo fare insieme! » e Frère Jean Claude Lavigne, nel suo intervento su « Una prospettiva della vita religiosa », sottolineava, in un intervento durante un’assemblea pre-capitolare, che « Nessuno –individuo o congregazione che sia – può rispondere « Presente » su tutti i fronti, ; crederlo sarebbe un’illusione. Queste situazioni (le sfide del mondo contemporaneo) militano perché la vita religiosa lavori in rete, il che permette di arricchirsi reciprocamente a partire dai contributi più specifici degli uni e degli altri. Tali reti sono sia quelli delle famiglie religiose (laici e consacrati, tra culture differenti, sia il lavoro inter-congregazione (sia per la riflessione che per l’azione). Non abbiamo molto l’abitudine di questo modo di lavorare, ma dobbiamo impararlo velocemente … pena la dequalificazione ».
Anche se le congregazioni non hanno ancora talmente l’abitudine di lavorare in rete, e se ci sono ancora molti progressi da fare, possiamo rallegrarci tuttavia di un certo numero di collaborazioni attorno a progetti diversi quali, per esempio, la cura delle persone anziane in case inter-congregazionali che accolgono laici, religiosi e religiose, la rete di Talitha Kum, che riunisce le religiose che nel mondo lavorano contro la tratta degli esseri umani, il progetto di Solidarietà con il Sud Sudan, dove in risposta a un appello dei vescovi del Sud Sudan, l’USG e la UISG hanno organizzato una missione inter-congregazionale per mettere in piedi una scuola di formazione per insegnanti e un dispensario… a Calais, nella cosiddetta giungla, una piccola comunità religiosa accoglie le suore che passano per servizi di volontariato e si fermano qualche mese a rotazione… o a Fukushima, dove le diverse comunità religiose dopo il terribile tsunami, hanno formato una piccola comunità intercongregazionale e inter-religiosa, per rimanere accanto alle persone che sono rimaste sul posto. Ognuno e ognuna di voi è certamente a conoscenza o ha esperienza diretta di un buon numero di collaborazioni inter-congregazionali e di lavoro in rete.

Oggi viviamo in un mondo che è passato dal « mono » : monoculturale al « multi o inter » : inter-nazionale, inter-culturale, inter-relazionale, dialogo interreligioso, inter-congregazione. In un tale mondo, pieno di rischi e di incognite, nessuna persona, nessuna istituzione, nessuna congregazione può pretendere di costruire il futuro soltanto con le sue forze. Ma questa costruzione passa attraverso il coraggio e l’umile pazienza dell’incontro nella verità, del dialogo, dell’ascolto, della messa in comune delle risorse, dell’aiuto reciproco.
“Vogliamo approfondire l’inter-congregazionalità non perché stiamo invecchiando, diminuendo numericamente o perché viviamo la realtà della diminuzione delle vocazioni, ma perché sentiamo che i nuovi scenari e i nuovi soggetti concreti esigono da noi risposte nuove e nuove presenze” (Vera Lúcia Palermo). Questa espressione, secondo Fr. Paulo Dullius fsc, riassume il modo di intendere e di sviluppare l’inter-congregazionalità. La crescente consapevolezza della dignità umana, una conoscenza più diffusa della realtà in tanti paesi circa gli abusi legati alla povertà, al genere, alla religione, alla condizione socio-culturale, all’etnia, all’età …. aumenta la sensibilità di tante persone. La vita religiosa – da un punto di vista storico – è stata sempre sensibile a questa situazione. A questo si aggiungono le esortazioni di Papa Francesco, rivolte alla Chiesa in generale e alla vita religiosa in particolare, in varie occasioni, a proposito all’uscire da ciò che è istituito, ed essere una presenza evangelica insieme agli emarginati e ai sofferenti. Questa sensibilità fa si che si vada sempre più al cuore della missione della vita religiosa che consiste nel processo di umanizzazione e nella sequela di Gesù Cristo. L’espressione ‘Chiesa in uscita’ aiuta ad entrare a contatto con realtà molto delicate, carenti. Andare dove vivono queste persone significa solidarietà e ha facilitato il sorgere della inter-congregazionalità come forma attuale di presenza della vita religiosa. Si tratta, pertanto, della sequela di Gesù Cristo e di essere la sua presenza insieme ai poveri del nostro tempo”

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